Un' era di Stagnazione Creativa

Se gli anni '70 sono stati l'epoca dei figli dei fiori e della disco music, e gli anni '80 quella dei paninari e del pop elettronico, il decennio successivo è stato dominato dal grunge e dalle iconiche tute Adidas (immortalate, per esempio, nel video "Freestyler" dei Bomfunk MC's).
Gli anni 2000, invece, hanno segnato l'esplosione della cultura digitale: dai cellulari Nokia ai jeans a vita bassa, passando per l'ascesa globale dell'hip-hop e dei primi fenomeni web.
Ma se vi chiedessi quale genere musicale, quale moda , quale movimento artistico ha segnato il decennio dal 2010 al 2020, mi sapreste rispondere?
E dal 2021 al 2025 ?
Probabilmente no.....
È questa una delle teorie che circola da un po' di tempo sul web, ovvero quella della Stagnazione Creativa, come se la cultura popolare avesse premuto “pausa” intorno agli anni 2010 e non avesse più ripreso a scorrere davvero, ricopiando e rigurgitando i successi del passato cercando solo di cambiarli un po', spesso rovinandoli completamente !
Film, musica, moda, serie TV: tutto sembra muoversi in cerchio, ripetendo formule già viste, suoni già ascoltati, estetiche già metabolizzate. Reboot, sequel, remake e spin-off dominano cinema e streaming, mentre poche superstar sembrano occupare stabilmente lo spazio mediatico globale.
Un tempo bastavano pochi secondi di un film per capire se fosse stato girato negli anni ’40, ’70 o ’90. Ogni decennio aveva una propria identità visiva, sonora e narrativa. Oggi, invece, distinguere un prodotto del 2016 da uno del 2026 è sorprendentemente difficile. La cultura sembra appiattita in un presente continuo. in continuo remake, con saghe come Star Wars, che vanno avanti all'infinito, sfinendo anche i fans più sfegatati, visto che le trame vengono cambiate e torturate per tirare fuori nuovi episodi e personaggi.
Una delle cause principali di questa stagnazione è il ruolo degli algoritmi. Piattaforme come Netflix, YouTube, TikTok o Spotify non sono progettate per sorprendere o sfidare, ma per trattenere. Premiano ciò che è familiare, virale, rassicurante. Il risultato è un flusso infinito di contenuti simili tra loro, ottimizzati per il consumo rapido ma poveri di rischio e sperimentazione. Anche Hollywood segue la stessa logica: investire su proprietà intellettuali già note è più sicuro che finanziare idee nuove e potenzialmente divisive.
La musica mainstream non fa eccezione. Negli ultimi quindici o vent’anni i generi dominanti si sono evoluti poco: cambiano i beat, le produzioni si raffinano, ma le strutture, i temi e i suoni restano sostanzialmente invariati.
Dietro questa uniformità culturale si nascondono anche fattori economici e strutturali. La concentrazione dei media nelle mani di poche grandi aziende, accelerata da deregulation e fusioni, ha ridotto lo spazio per la sperimentazione. Quando poche entità controllano gran parte della distribuzione, il margine di rischio creativo si assottiglia drasticamente. A questo si aggiunge una società iper-connessa, ma paradossalmente più conformista, abituata a consumare ciò che le viene proposto senza metterlo troppo in discussione.
Ma c’è un’ipotesi ancora più inquietante: e se non fosse solo un problema di mercato o di algoritmi? E se avessimo davvero raggiunto un limite, non solo creativo ma cognitivo? Alcuni studi recenti suggeriscono che il progresso scientifico e tecnologico stia rallentando.
Un tempo i progressi epocali erano spesso il frutto di singoli geni. Oggi le scoperte più importanti richiedono team enormi, anni di lavoro e risorse colossali. Non perché siamo meno intelligenti, ma perché ciò che resta da scoprire è sempre più complesso.
In questo scenario entra in gioco l’intelligenza artificiale. Per molti non è solo uno strumento, ma l’unica vera possibilità di superare i limiti biologici della mente umana. L’AI può analizzare quantità di dati che nessun essere umano potrebbe elaborare in una vita intera, individuare pattern invisibili e accelerare la scoperta scientifica. Non come sostituto dell’uomo, ma come amplificatore.
La domanda, allora, non è se l’AI cambierà il nostro futuro, ma come la useremo. Potrebbe segnare una nuova rinascita creativa e scientifica, oppure diventare l’ennesimo meccanismo di omologazione. Come ogni tecnologia, non è intrinsecamente salvifica né distruttiva: tutto dipende dalle mani – e dalle menti – che la guidano.
Forse non abbiamo esaurito la creatività. Forse siamo solo arrivati a un punto in cui, per andare oltre, non possiamo più farcela da soli....
Grazie dell'attenzione e alla prossima.
Immagine realizzata con ChatGPT
effettivamente la musica non sta piu avendo grandi cambiamenti, se ascolti sopratutto quella italiana è sempre la stessa solfa, con sti "cantanti" che parlano e si mangiano mezze parole tutti fiappi, con i soliti testi insulsi che fanno cagare... diciamo che la musica e l'intrattenimento decadono di pari passo con la società