Licenziamenti per l'AI: iniziano i rimorsi.....

"Chi non adotta l’AI resterà indietro", questa è la frase che rimbomba ormai da anni, sul web, da quando ChatGPT è stato presentato al grande pubblico, non ce n'è stato per nessuno.
Questa narrazione ha spinto moltissime aziende ad accelerare drasticamente l’introduzione di sistemi di intelligenza artificiale, spesso accompagnando il tutto con licenziamenti di massa. Ma una domanda inizia a emergere con sempre maggiore forza: questa corsa è stata fatta troppo in fretta, troppo lontano e troppo presto?
I primi dati sembrano suggerire che sì, qualcosa è andato storto.
Uno dei settori più colpiti dall’ondata di automazione è stato il customer service, considerato da molti il candidato ideale per essere sostituito dall’AI. Eppure, secondo Gartner, inc (una delle principali società di ricerca e consulenza strategica al mondo),, entro il 2027 il 50% delle aziende che ha ridotto il personale attribuendo i tagli all’AI sarà costretto a riassumere, spesso per svolgere funzioni molto simili a quelle eliminate.
Il motivo è semplice: l’AI, allo stato attuale, non è ancora all’altezza.
Tre elementi chiave mancano ancora all’intelligenza artificiale: competenza profonda, empatia e capacità di giudizio.
Un assistente virtuale può seguire uno script, ma fatica a gestire le eccezioni, a comprendere il contesto emotivo di un cliente o a prendere decisioni complesse. Chiunque abbia provato a risolvere un problema parlando con un sistema automatizzato lo sa bene: la frustrazione porta spesso il cliente a cambiare fornitore. In questi casi, l’empatia umana diventa un vero vantaggio competitivo.
Il problema non si limita al servizio clienti. Un recente report del MIT rivela un dato sorprendente: il 95% dei progetti di AI generativa avviati dalle aziende fallisce. Solo il 5% produce risultati concreti. Le ragioni? Scarsa gestione del cambiamento, mancanza di sponsor esecutivi realmente coinvolti, pessima esperienza utente e problemi di qualità degli output, incluse le famose “allucinazioni” dell’AI.
A questo si aggiunge la resistenza interna. Molti dipendenti sono riluttanti ad adottare strumenti che percepiscono come una minaccia diretta al proprio lavoro. Il paradosso è evidente: se usi l’AI rischi di renderti sostituibile, se non la usi rischi comunque di esserlo.
Anche nei ruoli altamente specializzati, come lo sviluppo software, i risultati non sono quelli promessi. Studi recenti mostrano che gli sviluppatori che utilizzano strumenti di AI impiegano in media il 19% di tempo in più per completare i task, nonostante siano convinti del contrario. L’AI non solo non accelera il lavoro, ma crea un pericoloso divario tra percezione e realtà.
Gli incidenti non mancano nemmeno ai colossi tecnologici. Un caso eclatante ha visto un tool AI cancellare accidentalmente l’intero disco di un sviluppatore, senza che fosse mai stato richiesto. Un errore grave, che dimostra come questi sistemi non siano ancora pronti per operare senza supervisione umana, soprattutto in contesti critici.
E dal punto di vista economico? Anche qui le aspettative si scontrano con la realtà. Secondo un’indagine di PwC, oltre il 50% dei CEO afferma di non vedere alcun ritorno finanziario dagli investimenti in AI. Solo il 12% dichiara di aver ottenuto sia un aumento dei ricavi sia una riduzione dei costi. Numeri molto lontani dalle promesse iniziali.
Il rischio più grande, però, è la perdita di conoscenza. Licenziare personale esperto significa disperdere anni di competenze, relazioni e “tribal knowledge” che non possono essere recuperate con un semplice “abbiamo sbagliato, torna con noi”. La fiducia, una volta persa, difficilmente si ricostruisce.
L’AI è senza dubbio una tecnologia dirompente e continuerà a migliorare. Alcuni posti di lavoro verranno sostituiti, sarebbe ingenuo negarlo. Ma le stime più realistiche parlano di circa il 6% dei lavori entro il 2030, non del 90% come spesso viene proclamato. Un numero comunque enorme, che richiede attenzione, strategia e responsabilità.
La lezione è chiara: l’AI non è un pulsante magico. Senza una visione di lungo periodo, senza coinvolgere chi lavora davvero sui processi e senza rispetto per il capitale umano, l’automazione rischia di trasformarsi in un costoso errore. E molte aziende potrebbero presto scoprire di aver sacrificato i propri talenti migliori per un’efficienza che, in realtà, non è ancora arrivata.
Grazie dell'attenzione e alla prossima.
AI is a great tool, but not ready to replace people yet. People are needed to verify the accuracy of the info produced, or it can cause all sorts of nightmares. Plus, if it's deleting date without requests to do so, that is dangerous. It's a great and powerful tool, but it's just a tool still. One day it may become something much more perfect, but we have a ways to go yet before I would trust everything it tells me!
I think you are right, I'm just worried that greedy companies will push the AI sostitution too early just to make money, creating terrible disasters.
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It must be acknowledged that this blend of intuition, ethics, and context is something that algorithms still cannot fully replicate. Artificial intelligence is an impressive ally, but it is far from being a substitute for human judgment. Any tool that acts on information without clear human guidance poses a risk to the integrity of processes, so I believe that despite all these technological advances, it will still be a long time before AI can completely replace the capabilities of a human being. My humble opinion. Greetings, my friend.
Semplicemente l'ai adesso non è vera intelligenza, è solamente una funzione di intelligenza, sa fare dei task veloci, puoi pomparla di conoscenza ma non ragiona, non pensa davvero...