Il colasso della "Service Economy"

Negli ultimi decenni le società occidentali, quelle che siamo abituati a definire “del primo mondo”, hanno subito una trasformazione profonda e spesso sottovalutata: il passaggio quasi totale a una "service economy". Un’economia dei servizi in cui il settore terziario non solo domina, ma fagocita progressivamente tutto il resto, lasciando il manifatturiero locale come un ricordo sbiadito del secolo scorso, per quelli di noi che lo hanno vissuto.
Negli anni 80, e per la prima parte degli anni 90, non era rarissimo girare un prodotto, un attrezzo , un elettroutensile e trovare la scritta "Made in Italy", con tanto di indirizzo e codice di garanzia e numero di telefono da chiamare in caso di guasto.
La stessa Black and Dekker, che decenni fa veniva considerata una delle marche migliori, faceva produrre i propri attrezzi in Italia: io stesso ho dei "reperti storici" B&D, trapani e smerigliatrici, che sono addirittura "made in italy", quasi completamente in metallo, con pochissima plastica, ed ancora funzionano....
Oggi, invece, gran parte di ciò che consumiamo è progettato qui ma realizzato altrove. La delocalizzazione ha spostato la produzione fisica verso paesi a basso costo del lavoro, mentre in Europa e Nord America sono rimasti gli uffici, i marchi, il marketing, la gestione e la finanza. Il risultato è evidente: quasi tutto ciò che compriamo è “Made in China” o, di solito, realizzato in qualche paese asiatico dove la manodopera, e magari i diritti dei lavoratori, sono a livelli bassissimi.
Questo processo ha avuto conseguenze profonde sul tessuto sociale ed economico. La perdita del manifatturiero non significa solo meno fabbriche, ma anche meno competenze tecniche, meno autonomia strategica e una maggiore dipendenza dalle catene globali di approvvigionamento. La pandemia e le crisi geopolitiche recenti lo hanno dimostrato in modo lampante: basta un intoppo logistico perché interi settori vadano in sofferenza ( vi ricordate lo scandalo delle mascherine per il Covid, che abbiamo dovuto importare dalla Cina perchè noi , come paese, non avevamo la capacità?).
Al posto delle fabbriche, sono proliferati gli uffici. Ed è qui che entra in gioco il concetto, sempre più citato, dei cosiddetti “bullshit jobs”, termine reso popolare dall’antropologo David Graeber. Si tratta di lavori che, pur essendo ben retribuiti e spesso inseriti in grandi corporation, non producono valore reale. Posizioni intermedie, ruoli ridondanti, attività autoreferenziali che servono più a giustificare l’esistenza di una struttura aziendale complessa che a creare benefici concreti per l’azienda o per la società.
Insomma, i soliti "ruffiani di corte", di cui tanti esemplari si incontrano nella nostra vita lavorativa.....
Questi lavori alimentano carriere, “scalate aziendali”, organigrammi sempre più intricati, ma raramente si traducono in innovazione reale o in un miglioramento tangibile dei prodotti o dei servizi. Anzi, spesso finiscono per rallentare i processi decisionali, aumentare i costi e generare frustrazione negli stessi lavoratori, consapevoli ,più o meno , dell’inutilità del proprio ruolo.
Il paradosso è che, mentre il lavoro realmente produttivo viene spostato altrove, in Occidente si moltiplicano mansioni che esistono solo perché il sistema economico e aziendale le richiede per auto-sostenersi. È una crescita quantitativa dell’occupazione, ma non qualitativa. Un’economia che sembra funzionare, ma che in realtà gira a vuoto.
In questo contesto si inserisce l’ascesa dell’intelligenza artificiale. L’AI promette di automatizzare proprio molte delle attività tipiche del terziario avanzato: analisi, reportistica, gestione documentale, customer service, perfino parte delle funzioni manageriali e decisionali. E qui forse “i nodi verranno al pettine”.
Se l’AI è in grado di svolgere meglio, più velocemente e a costi inferiori molte di queste mansioni, diventerà difficile continuare a giustificare l’esistenza di interi strati di bullshit jobs. A rischio non sono solo i lavori ripetitivi, ma anche quelli apparentemente “prestigiosi” che producono poco valore reale.
La domanda, quindi, non è solo come l’AI cambierà il lavoro, ma se costringerà le società occidentali a fare i conti con decenni di scelte economiche che hanno privilegiato l’apparenza dell’occupazione alla sostanza della produzione. Forse sarà l’occasione per ripensare il ruolo del manifatturiero, del lavoro tecnico e della creazione di valore reale.
O forse no. Ma una cosa è certa: il modello occidentale attuale mostra crepe sempre più evidenti, e l’AI potrebbe essere il catalizzatore che le renderà impossibili da ignorare.
Grazie dell'attenzione e alla prossima.
Immagine creata con ChatGPT
La vedo dura tornare al manifatturiero, gli usa hanno approfittato alla grande con Biden della guerra in Ucraina per staccarci dalla Russia e desertificare l'industria in Europa togliendo energia economica che potevamo importare...
Gli unici posti di lavoro che l'AI non riuscirà ad eliminare saranno proprio quelli dei lavori inutili, che anzi, proprio per il loro scopo, aumenteranno in quantità. Sarà quella la forma di "reddito universale" verso cui si andrà. Quei lavori non serviranno per la produttività, serviranno per mantenere la pace sociale. Saranno soprattutto concentrati in aziende pubbliche o parastatali (esempio le Camere di Commercio, che sono private, ma svolgono ruoli per conto dello Stato) con un'impennata dei costi e delle burocrazie (che servono appunto allo scopo di impegnare persone oltre che di aumentare le leve di controllo). Tutto ciò finché il giocattolo non si romperà del tutto, diventando inutilizzabile. Ma a quel punto i problemi saranno altri.
Che orribile previsione , forse veritiera, ma la mia vana speranza era che i leccaculo e i "bullshit jobs" finissero a casa senza stipendio, ma come dici tu, sicuramente ci sarà un periodo in cui saranno tutelati per mantenere in piedi la burocrazia imperante.