AI e futuro economico-lavorativo

L'intelligenza artificiale ha perso un po' il ruolo di protagonista in questo periodo, specialmente dall'inizio di questo 2026 in cui lo scenario geopolitico ha visto dei colpi di scena eclatanti, come il "rapimento" del presidente del Venezuela, Maduro, e le tensioni in Iran e la sfida USA-EU per la Groenlandia.
Ma se pensiamo ad un anno fa, a Gennaio 2025, l'AI era sulla bocca di tutti e finiva continuamente in prima pagina, soprattutto per l'uscita a sorpresa, un po' dal nulla, del modello cinese DeepSeek , completamente gratuito e molto performante, che mise in crisi tutto il comparto USA, con aziende come Open Ai che spendevano miliardi di dollari per data center e annessi e connessi, mentre DeepSeek può girare su macchine da qualche migliaio di dollari.
E DeepSeek provocò un crash a Wall Street e nelle borse tradizionali molto pesante, che coinvolse anche Bitcoin e il mondo crypto, e furono necessari varie settimane per recuperare.
In quel periodo, il mondo AI sembrava senza limiti, e si sperava, o forse temeva, un continuo miglioramento a livello esponenziale.
In verità, i passi in avanti ci sono e avvengono a raffica, per così dire, ma il ritmo non è spaventoso come molti prevedevano, con alcuni che avevano fissato l'apocalisse addirittura per il 2027 parlando di una sostituzione completa di quasi tutti i lavori svolti da umani.
Ogni grande rivoluzione tecnologica ha creato lo stesso schema: una minoranza che capisce cosa sta succedendo e agisce, e una maggioranza che osserva da lontano, convinta che “non durerà” o che “non è roba per me”. È successo con Internet negli anni ’90, con le aziende digitali nei primi anni 2000 e sta succedendo di nuovo oggi con l’AI. Chi ha investito 1.000 dollari in aziende come Microsoft o Facebook quando sembravano già “arrivate”, senza fare nulla se non tenere duro durante i crolli, oggi si ritrova con cifre impensabili per l’epoca.
Oggi l'AI non è più solo software che organizza email o risponde ai clienti: sta entrando nel mondo fisico attraverso la robotica. Fabbriche automatizzate, magazzini gestiti da robot, e presto servizi, ristorazione e sanità sempre più assistiti da macchine intelligenti. Siamo solo alla punta dell’iceberg.
Il punto cruciale è questo: mentre oltre metà delle aziende ha iniziato a usare l’intelligenza artificiale, una percentuale enorme non sa ancora come sfruttarla davvero. Ed è proprio in questo divario che nascono le opportunità più grandi.
Entro il 2030, secondo alcune previsioni, la maggior parte dei lavori sarà integrata con l’AI. Quando questo accadrà, il vantaggio dei “primi arrivati” sarà già svanito.
Molti temono una bolla, e non a torto. Anche figure di primo piano nel settore tecnologico ammettono che potremmo essere in una fase di eccessivo entusiasmo. Ma una bolla non significa che la tecnologia scompaia. Internet ha avuto la sua bolla, eppure oggi è ovunque. Due cose possono essere vere allo stesso tempo: valutazioni gonfiate nel breve periodo e una trasformazione irreversibile nel lungo termine.
Invece di cercare di indovinare quale azienda vincerà la corsa all’AI, forse ha più senso guardare all’infrastruttura: cloud computing, data center, energia, cybersecurity. È la versione moderna della corsa all’oro: non tutti troveranno l’oro, ma chi vende pale e setacci ha ottime probabilità di guadagnare comunque.
Ma l’opportunità più immediata non è solo negli investimenti: è nelle competenze. Il vero rischio oggi non è essere sostituiti dall’intelligenza artificiale, ma essere sostituiti da qualcuno che la sa usare meglio di te. Le aziende non cercano “esperti di AI” teorici, cercano persone capaci di far risparmiare tempo, ottimizzare processi e generare valore reale.
Imparare a usare questi strumenti non significa diventare programmatori. Significa sperimentare, fare domande, capire come applicarli al proprio lavoro o aiutare altri a farlo. Anche solo risparmiare due ore al giorno, ogni giorno, cambia radicalmente il modo in cui lavori e vivi.
La storia insegna una cosa chiara: chi aspetta “il momento giusto” spesso arriva troppo tardi. Questa non è la fine del lavoro umano, ma l’inizio di una nuova selezione. E oggi, più che mai, la differenza la fa una scelta semplice: ignorare il cambiamento o imparare a usarlo a proprio favore.
Grazie dell'attenzione e alla prossima.
Immagine realizzata con ChatGPT
Per i lavori intellettuali e artistici purtroppo serve a poco e niente: si viene sostituiti senza preamboli. Come può fare un grafico, dato che un software disegna molto più velocemente di lui (e si suppone con meno pecche) senza ovviamente abbisognare di stipendio? Come potrebbe un grafico imparare a usare il cambiamento a suo favore? O peggio ancora, un concertista che si vede sostituito da una macchina? Il pubblico potrà ascoltare Beethoven senza dover più pagare cifre astronomiche per l'ingresso alla Scala di Milano. Temo che usare i cambiamenti in proprio favore sia prerogativa delle professioni tecniche (quali che esse siano) e infatti se sono le preferite da Confindustria un motivo ci sarà pure. Forse forse pure le artigianali un poco meno tecniche, ma dove comunque la manualità è condicio sine qua non. Purtroppo è amaramente vero che per quanto appassionanti, i corsi di studio umanistici, artistici e pure giuridici non t'insegnano nei fatti a battere un chiodo e quindi quando arriva la nuova tecnologia casca il castello di carte.
Ho letto proprio ieri che OpenAI è in perdita e se continua così entro fine 2027 non avrà fondi per continuare a operare... Tanto che introdurranno la pubblicità in ChatGPT US... Qualcuno deve aver sbagliato i calcoli